A Catania un Hitler (quasi) tutto da ridere con Mein Kampf Kabarett

Idea coraggiosa, quella di Nicola Alberto Orofino di adattare Mein Kampf. Non il famigerato saggio del 1925 scritto da Adolf Hitler per delineare il suo pericoloso pensiero politico, bensì il controverso testo teatrale di George Tabori, che compie una satira feroce partendo dall’uomo dietro allo statista. All’opera originale, il regista aggiunge il sottotitolo Kabarett, senz’altro per marcare la componente dissacrante ma anche, probabilmente, per ridimensionare lo sbigottimento iniziale di chi dovesse imbattersi nella pubblicità dello spettacolo.

Di cosa parla quindi Mein Kampf Kabarett, messo in scena presso Teatro del Canovaccio di Catania? La fulminante sinossi del comunicato stampa recita così: “Un giovane ragazzo con la passione della pittura arriva da una cittadina austriaca ai confini con la Germania a Vienna per tentare l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti. Squattrinato, infreddolito e costipato, trova rifugio in un dormitorio in cui vivono l’ebreo Lobkowitz e l’ebreo Herzl. Una storia come tante, se non fosse che quel giovane ragazzo altro non è che l’uomo che da lì a qualche anno avrebbe abolito ogni libertà in Germania, causato un conflitto mondiale e ucciso sei milioni di ebrei”.

La piece, caratterizzata soprattutto nella prima parte da toni comici e grotteschi, costituisce una riflessione complessa, densa di riferimenti religiosi, storici e filosofici. Per Orofino il Mein Kampf di Tabori, “rovesciando completamente l’omonimo libro del Führer, è una lezione di vita, perché di attesa e d’incapacità di leggere e ragionare sugli accadimenti della nostra esistenza”. Ma attenzione: non si faccia l’errore di pensare che nelle oltre due ore di rappresentazione ci sia poco da ridere. Con Mein Kampf Kabarett si ride eccome, e di gusto, anche grazie a dei siparietti musicali che ammiccano inevitabilmente al contemporaneo, ancorando ulteriormente la modernità dell’opera all’attualità. Ci si commuove anche, questo è prevedibile, sebbene mai in maniera facile, didascalica, tantomeno ruffiana.

Grande merito, in tal senso, oltre ad una regia sicura, ad una scenografia ispirata ed alla lungimirante produzione MezzAria Teatro, va al cast: Giovanni Arezzo, Francesco Bernava, Egle Doria, Luca Fiorino e Alice Sgroi, capaci di conferire ai loro personaggi (reali, allegorici o entrambi) un’umanità ed uno spessore quasi insperati.

Sarebbe stato perfetto programmare questo illuminante Mein Kampf Kabarett in un prossimità della giornata della memoria, ricorrenza omaggiata per lo più da palinsesti bolliti, iniziative fiacche e frasi retoriche, che sembrano suscitare – di anno in anno – l’effetto esattamente opposto a quello sperato, ovvero lo scivolamento verso la dimenticanza. L’oblio vero, irreversibile, che non strapperebbe (quello no) alcuna risata.

 

Gianluca Grisolia