Blade Runner 2049 – Recensione

Si può essere umani anche se composti da materie sintetiche, o è possibile che proprio perché macchine biologiche perfette capaci di sognare, amare, ricordare e desiderare si arrivi a essere più umani dell’umano? Ma alla fine “sti androidi le sogneranno le pecore elettriche”?

Quando qualche tempo fa è stato annunciato il seguito di Blade Runner, in parecchi hanno iniziato ad avere le convulsioni: chi per l’attesa di vedere come si sarebbe dipanato questo nuovo capitolo, chi nel timore di vedere dissacrato quello che in molti considerano il miglior film di fantascienza mai realizzato. Per fortuna questi ultimi – tranne qualche residuale oltranzista – non hanno motivo su cui sostanziare le proprie lamentele, innanzitutto perché il regista Denis Villeneuve (con la benedizione di Ridley Scott) ha da subito messo le mani avanti dicendo che non si tratta di un sequel, ma anche e soprattutto perché il film magari non sarà considerato un capolavoro all’altezza dell’originale, ma sicuramente non fa rimpiangere il prezzo del biglietto.

Certo, non è una fantascienza pop o caciarona, seguire la trama – benché non eccessivamente contorta – è un compito leggermente superiore ai soliti film fracassoni (detta meglio: la soglia minima di attenzione richiesta deve essere superiore a film tipo Transformers o Pacific Rim), ma alla fine dei 152 minuti di proiezione le idee sono abbastanza chiare. O meglio, il finale resta aperto e chiaramente si è già pensato a una successiva “espansione”, ma il film resta comunque un’opera a sé, può vederlo anche chi non ha mai visto il primo – anche se ovviamente le strizzate d’occhio e i rimandi non mancano – può benissimo chiudersi così, anche lasciando diversi quesiti e sviluppi aperti, proprio come era nelle intenzioni di Villeneuve e Scott, che nella possibilità di infiniti finali, tanti quanti sono gli spettatori e le loro sinapsi, hanno voluto omaggiare anche così Philip K. Dick.

 

Paolo Giannace