Notti Magiche – Recensione

“Quel sogno che comincia da bambino, e che ti porta sempre più lontano…”. Le note di Gianna Nannini e Edoardo Bennato, la storica telecronaca di Bruno Pizzul, il rigore sbagliato da Aldo Serena nella semifinale mondiale Italia-Argentina. L’estate del 1990 resterà quella delle “Notti Magiche” di tanti italiani, e non solo per le imprese in campo e le emozioni che regalarono quegli ultimi Mondiali giocati in Italia. Anche per tre giovani aspiranti sceneggiatori, quelle del luglio 1990 sono state e resteranno le loro “Notti Magiche”. Ebbene sì, perché l’ultimo film di Paolo Virzì non è un film sul calcio, ma molto di più. E’ un film sui sogni, sulla nostalgia di un passato che fa ancora piangere, abbracciare ed emozionare.

La storia è quella di tre giovani aspiranti sceneggiatori che, selezionati come finalisti del Premio Solinas, si ritrovano a Roma, catapultati in una realtà che avevano solo immaginato, in quel mondo che hanno sempre sognato. Eugenia (Irene Vetere), Antonino (Mauro Lamantia) e Luciano (Giovanni Toscano) hanno storie e origini molto diverse, ma la frenesia della Roma dei primi anni ’90 li travolge e li sorprende. Fino alla notte della semifinale Italia-Argentina, quella in cui l’auto di un famoso produttore cinematografico precipita nel Tevere. In caserma Eugenia, Antonio e Luciano sono costretti a rivivere la loro estate, questa volta immedesimandosi nel ruolo di spettatori, per scoprire le cause e l’autore del delitto.

“Notti Magiche” non è un film sul calcio, non è soltanto un film sul cinema, e nemmeno un film sulla gioventù ormai perduta. E’ tutto questo e tanto altro, in quello che lo stesso Virzì, che ha presentato la pellicola alla Festa del Cinema di Roma, ha definito: “Un atto d’amore, e forse di gratitudine, nei confronti di quello che probabilmente è stato il fenomeno culturale di maggiore rilevanza internazionale dell’Italia contemporanea, ovvero il nostro cinema”. E proprio in questo atto d’amore appassionato e nostalgico, si può, se proprio si vuole, trovare il limite della pellicola di Virzì: chi ama il cinema, chi sogna ancora di entrare in questo mondo, e chi lo vive intensamente da spettatore, non potrà fare a meno di accompagnare Eugenia, Antonio e Luciano nelle loro notti magiche, tra cene e serate mondane, tra sceneggiatori veri e “negri” (chi scriveva i testi al posto di sceneggiatori famosi, e che oggi potremmo chiamare “ghost writer”), tra soubrette e registi in cerca di riscatto. Chi non riuscirà a entrare nelle atmosfere di quegli anni, non giocherà a riconoscere personaggi realmente esistiti sullo sfondo e intrecciarli con le vicende dei protagonisti, chi non rimarrà affascinato dalle continue citazione, potrebbe avere difficoltà a districarsi nella trama. Per Virzì questo film è stato l’occasione per ritrovare il “piacere di praticare gli arnesi del mestiere, nel ripercorrere insieme a quei tre immaginari aspiranti sceneggiatori i ricordi veri intrecciati alle bugie di frenetiche giornate e nottate magiche, comiche, minacciose che ancora tornano ad affacciarsi in certi miei sogni”. Per tanti spettatori rappresenterà un modo per farsi travolgere dall’enorme nostalgia di un calcio che non c’è più, di un cinema che non c’è più, di una Roma che non c’è più.

 

Sonia Arpaia